Rilanciare il turismo archeologico è il presupposto fondamentale per tutelare, salvare e trasmettere alle future generazioni i nostri siti archeologici, a patto naturalmente che siano conservati, gestiti, valorizzati e promozionati attraverso una comunicazione mirata alla conoscenza. L’archeologia, fonte primaria di conoscenza e di cultura – ma per oltre due secoli relegata a un target di pochi appassionati e gestita da esclusivi ambienti accademici –, per sopravvivere in futuro dovrà sempre più aprirsi al territorio e ai cittadini per rivalutare al massimo le sue potenzialità, sfuggendo alle logiche conservatrici della casta di funzionari statali e docenti universitari che per decenni ne hanno gelosamente detenuto il pieno controllo.
Ma oggi l’endemica assenza di fondi impegnati dallo Stato per la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio archeologico – compromesso sempre più dall’incuria e dalla carenza di personale scientifico e tecnico – , deve essere sorretta da una progettazione finalizzata ad un suo rilancio come risorsa turistica. Bisogna pianificare una politica di finanziamento a sostegno della ricerca e della valorizzazione dei beni archeologici non più solo ai fini della ricerca e della tutela da parte dello Stato e di tutti gli enti regionali e locali ma ponendosi l’obiettivo di una reale fruizione dei siti archeologici da parte di tutti, creando maggior movimento economico sul territorio con risvolti positivi per le comunità locali.
Presentati opportunamente, i beni archeologici possono elevare non solo il livello culturale delle popolazioni ma essere fonte di uno sviluppo economico e turistico anche in aree geografiche economicamente svantaggiate. Proprio perché l'archeologia costituisce da anni un vero e proprio valore aggiunto nel marketing turistico e se il turismo rappresenta il 5% del Pil, ma perde colpi in competitività rispetto ad altri paesi europei, l'enorme patrimonio archeologico italiano ha espresso finora solo una piccola parte delle sue potenzialità: in Italia ci sono più di 2.500 luoghi archeologici, un patrimonio che dovrebbe essere considerato il primo volano del turismo culturale in Italia. Se poi andiamo a guardare i dati degli ultimi dieci anni, scopriamo che i fruitori dei soli beni culturali statali sparsi sul nostro territorio sono più che raddoppiati, grazie ad una offerta che è sempre più variegata, costituita per il 47% da monumenti e aree archeologiche, per il 32% dai musei e per il 20% dai circuiti museali e archeologici.
Per diffondere la conoscenza e attirare più visitatori possibili nelle aree archeologiche e nei nostri musei bisogna prima di tutto incoraggiare la fruizione e la consapevolezza dell’appartenenza, dotando le aree dei servizi attinenti all’offerta turistica, sotto ogni aspetto e in grado di rispondere ai bisogni di una domanda qualificata. E non solo. Bisogna pure: incentivare le attività economiche con un’adeguata programmazione, che tenga conto delle esigenze, delle vocazioni e delle potenzialità del territorio; garantire la custodia e la tutela delle aree monumentali, il recupero e valorizzazione dei giacimenti archeologici; garantire una continuità nella ricerca e nella catalogazione di quanto già noto con il prosieguo di indagini archeologiche e il restauro dei beni scoperti; impiegare possibilmente forze lavoro locali. Rilanciare il nostro patrimonio archeologico partendo dalla realtà locale, infatti, oltre al risvolto turistico ed economico, garantirebbe una certa continuità nel lavoro a lavoratori e imprese specializzate e ai professionisti del settore, come archeologi e restauratori, figure fondamentali che rappresentano da sempre il tratto d’unione tra il territorio e il suo patrimonio culturale.
Da qualche anno qualcosa però sembra essere cambiato nella coscienza collettiva e da più parti pare si è imboccata la strada giusta nel ricercare una sintonia d’intenti tra le esigenze della conservazione e della comunicazione a fini turistici e l’obiettivo di recuperare e valorizzare il nostro patrimonio. E i risultati iniziano già a vedersi. Nel 2010 i siti museali e le aree archeologiche del nostro Paese hanno registrato un + 3% di visitatori ed è verosimile che si possa raggiungere l’obiettivo del + 5% alla fine di quest’anno e del + 10% nel 2012, come sostiene il direttore generale alla valorizzazione, Mario Resca. Questi dati incoraggianti devono, però, spingere tutti gli attori principali e i responsabili del nostro patrimonio a continuare con vigore e tenacia su questo percorso e favorire ed incentivare il sistema di conservazione integrata in grado di conciliare le rispettive esigenze storico-scientifiche dell’archeologia con quelle della sua fruizione da parte di un pubblico eterogeneo. Dietro l’angolo ci sono però in agguato molti pericoli per i nostri beni culturali: l’Italia, come spesso accade, non smentisce mai il suo autolesionismo e nell’ultimo rapporto sul patrimonio archeologico italiano, redatto dalla Corte dei Conti nello scorso aprile (“Indagine sullo stato di manutenzione dei siti archeologici”), è stato eseguito un attento monitoraggio dell’azione dell’amministrazione pubblica nei confronti del patrimonio archeologico, rilevando una pericolosa e insufficiente attenzione rivolta a scavi, parchi e musei archeologici, concretizzata in un’inadeguatezza delle risorse destinate alla tutela e valorizzazione e in una inefficacia delle procedure seguite per l’intercettazione e la spendibilità dei fondi stanziati. Un documento che dovrebbe far riflettere tutti e soprattutto coloro che hanno il compito di tutelare i nostri giacimenti culturali e rilanciare il turismo culturale nazionale.
Giampiero Galasso
Articolo tratto da: ArcheoNews n. XCIV, Novembre 2011





